venerdì 24 aprile 2015

IL CALIFFO E IL "DAESH": COME TUTTO HA AVUTO INIZIO.

Otto milioni di abitanti e una ricchezza stimata di quasi quaranta miliardi di dollari. Lo Stato Islamico di Iraq e Siria, o ISIS, o Daesh, è nato nel giugno 2014 per restare ed oggi, a distanza di un anno, sembra poter riuscire nell'intento. Ma come ha fatto, nel giro di pochi anni, una piccola cellula terroristica a diventare una minaccia globale di tale portata? Prendendo spunto dall'ultimo reportage di Duilio Giammaria su Rai 1, alla trasmissione Petrolio, proveremo a dare delle risposte.. [leggi il post completo su www.lavocedelgattopardo.com]

POST PUBBLICATO IL 14/4/15 su LA VOCE DEL GATTOPARDO
Fabrizio Giovanni Vaccaro

giovedì 16 aprile 2015

"GABRIELLE": QUEL TABU' CHIAMATO DIRITTI DEL DISABILE.


Il Festival del Film Francofono di Roma 2015 è stato organizzato dall’Institut Français Centre Saint-Louis, e sponsorizzato dalle missioni diplomatiche in Italia dei Paesi francofoni Albania, Belgio, Canada, Francia, Libano, Lussemburgo, Marocco, Senegal, Svizzera e Tunisia. Dopo una settimana di proiezioni, il 31 Marzo è stata la sera delle premiazioni. A vincere come Miglior Film, tra rinomati concorrenti (come il multi-celebrato Timbuktu) è Gabrielle, film canadese diretto da Louise Archambault. La vittoria non è arrivata per sceneggiature straordinarie o disavventure adrenaliniche, quanto per la storia presentata e le questioni sollevate. 
Una ragazza disabile e con ritardo mentale, può amare un coetaneo che si trova nella sua stessa situazione? Un disabile, se avverte un anelito di libertà e indipendenza, può farsi una vita propria? Quanto siamo disposti ad accettare, e comprendere, le esigenze di un diversamente abile?
Cominciamo dall'inizio e dalla protagonista che da' il nome al film.. [leggi il post completo su www.lavocedelgattopardo.com].

POST PUBBLICATO il 1/4/15 su LA VOCE DEL GATTOPARDO
Fabrizio Giovanni Vaccaro

sabato 14 marzo 2015

SALVINI DICE: "RENZI A CASA!". MA L'ALTERNATIVA?

Il 28 Febbraio 2015 è stato un giorno clou per la politica italiana. Almeno tre le manifestazioni politiche nazionali che hanno avuto luogo a Roma. Matteo Salvini a Piazza del Popolo contro il Governo Renzi a partire dalle 15:00. Contemporaneamente, dalle 14:00, la Sinistra Antagonista in corteo, da Piazza Vittorio a Campo de' Fiori, contro Matteo Salvini. Dal mattino Casa Pound in presidio a Piazza Vittorio, a pochi passi dalla propria sede storica, in difesa del quartiere dalla Sinistra Antagonista. E' un dedalo di accuse e di sospetti, di provocazioni e di minacce... [leggi il post completo su www.lavocedelgattopardo.com].

POST PUBBLICATO il 3/3/15 su LA VOCE DEL GATTOPARDO
Fabrizio Giovanni Vaccaro

domenica 8 marzo 2015

CONVEGNO A MONTECITORIO: STATO ISLAMICO "MINACCIA GLOBALE".

Mercoledì 18 Febbraio, presso Palazzo Montecitorio a Roma, si è tenuto un convegno sul tema "Cristiani perseguitati". Tra i relatori Padre Bernardo Cervellera, direttore di Asianews; Alfredo Mantovano, magistrato; Gian Micalessin, inviato di guerra con esperienze importanti in Siria e Libia; Pierferdinando Casini, Presidente della III Commissione Affari Esteri del Senato; Michele Valensise, Segretario Generale della Farnesina; Mario Morcone, Capo del Dipartimento libertà civili e immigrazione del Ministero dell'Interno. Moderatore, il giornalista Franco Di Mare. A poche ore da una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione libica ... [ leggi l'articolo completo su www.lavocedelgattopardo.com ].

ARTICOLO PUBBLICATO IL 26/02/15 su LA VOCE DEL GATTOPARDO
Fabrizio Giovanni Vaccaro

giovedì 29 agosto 2013

ROMPERE IL SILENZIO IN ISRAELE


"È la norma. Mantenere un comportamento aggressivo e violento nei confronti della popolazione palestinese è la norma. Questo valeva per la mia compagnia e per tutte le altre. Ti spiegano sin dal primo giorno in cui prendi servizio che più aggressivo ti mostri e più rispetto otterrai dagli arabi".

Gil Hillel, ex soldatessa della polizia militare israeliana, desidera raccontare i giorni che da militare delle forze di occupazione ha trascorso a Hebron. Per la precisione nella zona H2 di Hebron, la parte della città palestinese rimasta sotto il controllo di Israele dopo gli accordi siglati negli anni Novanta da Benyamin Netanyahu (al suo primo incarico da premier) e lo scomparso presidente palestinese Yasser Arafat. In quella zona poche centinaia di coloni, giunti dopo l'occupazione nel 1967, dettano legge su oltre 20mila palestinesi, all'ombra della protezione garantita dall'Esercito. Gil Hillel arriva all'incontro con il manifesto con un'altra ex soldatessa, Adi Mazor, e con Yuli Novak di Breaking the Silence, l'associazione che da qualche anno offre ai soldati israeliani la possibilità di "rompere il silenzio" pubblicamente e di raccontare le vessazioni, gli abusi, le violenze che subiscono i palestinesi sotto occupazione.

Dalla parte degli occupati Gil e Adi sono due giovani sulla trentina. Prima del nostro incontro sono state a Hebron per un giro di conoscenza con Breaking the Silence, questa volta per stare dalla parte dei palestinesi e non degli occupanti. Entrambe hanno prestato servizio in Cisgiordania, entrambe hanno fatto parte di unità di combattimento.

In Israele le donne sono soggette alla leva obbligatoria ma solo le volontarie, le più motivate, vengono inviate nelle "aree operative", così come sono definiti i Territori palestinesi occupati. "La mia è una famiglia semplice e nazionalista, fondata su solidi principi sionisti - racconta Gil - Quando ho detto ai miei genitori che intendevo far parte di una unità di combattimento e servire in Cisgiordania hanno reagito con sentimenti contrastanti. Erano preoccupati ma anche orgogliosi della mia scelta". A Hebron, prosegue l'ex soldatessa, "arrivai con l'intenzione di svolgere i miei compiti con zelo e senza esitazioni. Indossai la divisa con l'idea che in quella città avrei protetto il mio Paese dal terrorismo, dalla minaccia araba. Quelle cose che ti dicono sin da piccolo, ovunque, in tante occasioni".

Gil dice di ricordare ancora l'emozione che provò quando il suo comandante annunciò a tutti che quel giorno lei, la giovane soldatessa appena arrivata, avrebbe partecipato al giro di pattugliamento nella casbah di Hebron. "Non riuscivo a crederci, era un tale onore per una donna soldato ancora inesperta". Quel giorno però accade qualcosa che avrebbe aperto a Gil gli occhi su quella realtà. "Procedevamo nella casbah - dice - i negozi palestinesi in gran parte erano chiusi e in giro si incontravano poche persone con lo sguardo basso, che sembravano temerci. Non mi sembravano dei terroristi ma ricordavo l'ammonimento che in modo esplicito o con mezze parole ci avevano ripetuto durante l'addestramento: gli arabi sono potenziali terroristi".

A un certo punto, prosegue Gil, "due dei miei compagni di pattuglia fermarono un giovane. Gli chiesero i documenti, lui tirò fuori la carta di identità. Dopo un po' lo incalzarono con tante domande, lui rispondeva alzando la voce. Fu in quel momento che lo spinsero dentro un vicolo e cominciarono a pestarlo, calci e schiaffoni per un paio di minuti. Poi lo lasciarono andare e noi proseguimmo il nostro giro come se nulla fosse accaduto".

La soldatessa rimase in silenzio. Una volta tornata alla base si rivolse al comandante. "Gli chiesi i motivi di quel pestaggio. Quel palestinese era pericoloso, era stato segnalato? E se era un terrorista perché lo avevano lasciato andare senza arrestarlo. Mi rispose perentorio di far silenzio e di eseguire gli ordini. Qualche giorno dopo mi disse che "chi fa troppe domande non torna a casa in licenza e resta di guardia nella base". Rimasi in silenzio, mi mancavano i miei fratelli, i miei genitori, volevo rivederli".

Quel silenzio sarebbe durato alcuni anni. Gil Hillel lo ha rotto solo di recente. Non per motivazioni politiche. Perché, ci spiega, è giusto raccontare la realtà dell'occupazione e ciò che subiscono i palestinesi."Amo Israele ma quello che ho visto quel giorno e nel periodo successivo a Hebron mi ha aperto gli occhi. I palestinesi non sono un popolo di terroristi ma persone come noi, che vogliono vivere in libertà. Noi li stiamo opprimendo, in ogni modo, e io ho il dovere di dirlo alla mia gente, alla mia società. A Hebron il nostro compito non è mantenere la sicurezza ma comportarci come guardie del corpo dei coloni che non esitano a commettere abusi e violenze contro la popolazione araba". Breaking the Silence, conclude l'ex soldatessa, "mi ha dato la possibilità di rivelare tutto questo agli israeliani e al resto del mondo. Non si può più tacere".


di Michele Giorgio - Il Manifesto

venerdì 16 agosto 2013

EMERGENZA SIRIA



Dalle prime manifestazioni che hanno avuto luogo nel marzo 2011, la Siria è via via sprofondata in una guerra senza soluzione di continuità. Combattimenti sempre più violenti contrappongono l’esercito delle forze governative ai gruppi dell’opposizione armata intrappolando i civili nelle maglie del conflitto. Le strutture sanitarie e il personale medico sono costantemente in pericolo, mettendo a repentaglio il diritto alle cure mediche per milioni di persone inermi.
Gli aiuti sono insufficienti in tutto il Paese e per i rifugiati nei Paesi vicini. Il numero di siriani che cercano rifugio nei paesi vicini alla Siria è in aumento, ma la risposta umanitaria non è stata finora in grado di soddisfare le loro esigenze. Con il peggioramento della situazione ad Aleppo e a nord della città, continua ad aumentare il numero di persone in fuga dalla zona, che entrano in Turchia attraverso il corridoio di Kilis.
Oltre che in Siria, MSF garantisce assistenza medica e distribuisce generi di soccorso ai rifugiati anche in Turchia, Libano, Giordania e Iraq.
 

lunedì 18 marzo 2013

PARADISI ARTIFICIALI. IL POEMA DELL'HASCISC.

Mi sentivo come un cavallo impazzito, e che correndo verso l'abisso, vuole fermarsi, ma non può. Era infatti un galoppo raccapricciante, e il mio pensiero, schiavo della circostanza, dell'ambiente, dell'evento fortuito e di tutto ciò che si può presupporre nella parola caso, aveva assunto un carattere di pura e assoluta rapsodia. Troppo tardi! ripetevo a me stesso, di continuo, con disperazione. Quando finì questo stato di sensibilità, che mi parve durare un tempo infinito e che occupò forse che qualche minuto, quando credetti di immergermi nella beatitudine, così cara agli Orientali, che tien dietro a questa fase di furore, fui oppresso da una nuova pena.
Charles Baudelaire

sabato 8 dicembre 2012

COLOMBIA. COLLOQUI GOVERNO-FARC, LO SCETTICISMO DEGLI SFOLLATI.

Mentre all’Avana riprendono, dopo una pausa di cinque giorni, i negoziati tra i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e i rappresentanti del governo di Juan Manuel Santos, tra gli sfollati colombiani continua a regnare la sfiducia. La maggior parte delle persone che hanno abbandonato le loro case per sfuggire al fuoco incrociato del conflitto -che negli ultimi cinquant’anni ha martoriato il paese in una serie di scontri e alleanze tra guerriglia, paramilitari, narcotrafficanti e forze di sicurezza- da tempo ha perso la speranza di tornare alla propria vita precedente. La rassegna stampa dei media colombiani.

Prensa Libre – Desplazados de Colombia descartan regreso a sus casas pese al proceso de paz
A Soacha, un quartiere povero alla periferia di Bogotà, le madri che sono fuggite assieme ai loro figli dalla violenza sono scettiche riguardo al dialogo tra il governo e la guerriglia. Il conflitto armatocolombiano ha avuto un costo inquantificabile in vite umane e quasi quattro milioni di colombiani  sono stati costretti ad abbandonare le proprie case, una delle cifre più alte al mondo. Anche se sono un gruppo poco organizzato e non sono rappresentati al tavolo dei negoziati, il dramma degli sfollati dovrà apparire in almeno due dei cinque punti dell’agenda dell’Avana: la diseguaglianza nell’accesso alla terra e la situazione delle vittime.  Ma la gente di Soacha, dove vivono 35mila sfollati registrati -anche se la cifra reale è molto superiore dato che molte persone che vi trovano riparo non denunciano la propria presenza per paura di ritorsioni e vendette-, crede che nessun accordo di pace né riconciliazione potrà ripagarli delle sofferenze subite. La paura incessante, l’allontanamento dalla famiglia, la perdita del lavoro e la discriminazione sono ferite che accrescono il dolore degli sfollati colombiani.

Rcn Radio – Trauma psicológico irreversible y desnutrición, las enfermedades que padecen los desplazados
Secondo la Croce Rossa e la Consultoría para los Derechos Humanos y el Desplazamiento(Codhes) esistono due malattie tipiche delle persone costrette ad abbandonare le proprie case in Colombia: il trauma psicologico irreversibile e la denutrizione. Francisco Moreno della Corce Rossa colombiana ha spiegato a Rnc Radio che “il trauma psicologico degli sfollati è enorme, non solo per le condizioni di sovraffollamento in cui si trovano a vivere nella maggioranza dei casi, ma anche perché si sentono senza protezione, di fronte a un mondo che non conoscono”. Per Marco Romero, direttore di Codhes,  lo sfollamento non è sinonimo solo di traumi psicologici, ma anche di insicurezza alimentare: “In termini di medicina preventiva, è necessario migliorare l’alimentazione nelle prime tappe dell’allontanamento dalle proprie case, perché altrimenti in seguito ci saranno danni psicosociali, compresi casi irreversibili”. Entrambi concordano nel denunciare una mancanza di attenzione da parte del governo ai problemi della salute degli sfollati in Colombia.

América Economia – Presión de guerrillas deja 400 indígenas desplazados en Colombia
Gli ultimi della lunga lista delle vittime delle violenze in Colombia sono quattrocento indigeni del municipio di Tadó, del dipartimento occidentale di Chocó, che hanno dovuto abbandonare le proprie terre a causa degli scontri imminenti tra le Farc e l’esercito in questa zona. Il governatore Oscar Gamboa ha parlato di minacce e pressioni contro la popolazione locale a opera delle Farc e dell’organizzazione insurrezionaleEsercito di Liberazione Nazionale (Eln), attive nella regione. Da vari mesi gli indigeni avevano denunciato numerose violenze e aggressioni dei gruppi armati illegali, compresi gli omicidi di due leader della comunità.

El Colombiano – Hay 1.400 denuncias por asedio a líderes de tierras
Difendere i diritti umani continua a essere uno dei lavori più pericolosi in Colombia. La Defensoría del Pueblo, l’organismo che vigila sul rispetto dei diritti umani, ha denunciato che 1.400 leader che si battono in nome delle popolazioni locali hanno ricevuto minacce di morte. Il governo ha dichiarato l’allerta in 122 comuni di 23 dipartimenti, dove è attivo il cosiddetto esercito contro la restituzione delle terre. L’ultima vittima di questo gruppo è stato l’attivista trentatreenne Miller Angulo, difensore dei diritti della popolazione afrocolombiana cacciata dalle proprie terre nel dipartimento di Nariño, ucciso il primo dicembre a Tumaco da due sicari in motocicletta. Secondo la Defensoría del Pueblo, i maggiori colpevoli delle minacce e delle esecuzioni sono bande criminali come “los Urabeños”, “los Rastrojos”, “las Águilas Negras”, “los Paisas” e “la Empresa”, che tutti insieme rappresentano l’80 per cento dei casi, mentre le Farc sono responsabili del 15 per cento dei casi e l’Eln del restante 5 per cento.

Francesca Gnetti

mercoledì 21 novembre 2012

10 VOLTE PEGGIO DEI NAZISTI

Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.
Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.
In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fusodi fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.
Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

domenica 21 ottobre 2012

TESTIMONIANZA DELL'UNICO ITALIANO A BORDO DELL'ESTELLE.

Fiumicino 21 ottobre ore 10.00, Marco Ramazzotti Stockel rilasciato dai sequestratori israeliani racconta cosa è successo nelle ore di scomparsa da ieri mattina alle 10.00, quando è stato prelevato dal veliero Estelle, da navi da guerra israeliane.  

Ribadisce le ragioni della sua scelta di partecipare ad una missione di pace di questo tipo, diretta a sbloccare il drammatico assedio di Gaza.





venerdì 21 settembre 2012

38+22. ROSARIO LIVATINO AVREBBE 60 ANNI.

Esattamente 22 anni fa, il 21 settembre del 1990, moriva Rosario Livatino, magistrato canicattinese ucciso dalla mafia, (precisamente dalla “Stidda” agrigentina) mentre percorreva, senza alcuna scorta al seguito, la strada statale 640 di Porto Empedocle (SS 640) per ricarsi presso il Tribunale di Agrigento in cui egli lavorava. Livatino, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, prestò servizio come vicedirettore in prova presso l’Ufficio del Registro di Agrigento, per poi entrare in magistratura presso il Tribunale di Caltanissetta. Nel 1979 diventò sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento e ricoprì la carica fino al 1989, quando assunse il ruolo di giudice a latere. Impegnato nel contrasto alla mafia, si occupò della cosidetta “tangentopoli siciliana”, infliggendole duri colpi, mediante anche lo strumento della confisca dei beni.
Tanto fu il suo impegno nell’indagare sui rapporti che legavano la mafia con la massoneria da ricevere l’appellativo, seppur dispreggiativo, di “giudice ragazzino” da parte dell’allora Presidente della Repubblica Italiana, il picconatore democristiano Francesco Cossiga. In seguito alla morte del giudice, l’ex capo dello Stato smentirà di aver definito Livatino un giudice “ragazzino”, mediante una lettera inviata ai suoi familiari.
Diversamente da quanto è avvenuto con altre vittime della mafia (si pensi a Falcone, Borsellino, Chinnici, Dalla Chiesa …), che hanno ricevuto una attenzione maggiore da parte dei mass media, l’uccisione di Rosario sembra quasi passata nell’ombra, come se ci fossero morti di “serie A” e morti di “serie B”. Chiunque abbia pagato con la propria vita il coraggio di contrastare qualunque fenomeno attinente alla criminalità organizzata, dai magistrati ai poliziotti, fino ai pentiti (veri), merita di essere ricordato, a maggior ragione quando si tratta di un “servitore” dello Stato e della giustizia.
Ma Rosario non era solo un uomo di giustizia: era anche un uomo di fede, ed è possibile notarlo nei suoi appunti quando scrisse "Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili". Anche sua santità Giovanni Paolo II lo definì martire della giustizia e, indirettamente, della fede. Attualmente è aperto un processo per la sua beatificazione.
Il giovane Rosario, ucciso a soli 38 anni, durante una conferenza, disse: [...] “Il Giudice deve offrire di sé stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile; l’immagine di un uomo capace di condannare ma anche di capire; solo così egli potrà essere accettato dalla società: questo e solo questo è il Giudice di ogni tempo. Se egli rimarrà sempre libero ed indipendente si mostrerà degno della sua funzione, se si manterrà integro ed imparziale non tradirà mai il suo mandato”.[...]
Quella dell’uccisione di Rosario Livatino, oltre a rappresentare la storia di un magistrato che ha pagato, a caro prezzo, la sua lotta contro la mafia, rappresenta anche l’impegno fondamentale dei giovani nella società, dalla politica al volontariato e alla giustizia. Un esempio che non va solo predicato, ma anche praticato!

Federico Tringali

lunedì 17 settembre 2012

SABRA E SHATILA. IL GENOCIDIO MADE IN ISRAEL.


di Robert Fisk - settembre 1982 

Roma, 16 settembre 2012, Nena News - "Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l'odore. Grosse come mosconi, all'inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito - a legioni - sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all'altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.

Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c'è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.

All'inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostrae bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l'odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.

Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini - i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per “spazzare via i terroristi” - se n'erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c'erano cadaveri - donne, giovani, nonni e neonati - stesi uno accanto all'altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.

Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest - il secondo palazzo del viale Camille Chamoun - li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell'orrore. “Sharon!” gridò. “Quello stronzo di Sharon! Questa è un'altra Deir Yassin.”

Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C'erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell'odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un'atrocità, un episodio - con quanta facilità usavamo la parola “episodio” in Libano - che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.

Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all'inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell'Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l'unica cosa che riusciva a dire era “Cristo santo!”. Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c'erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C'erano neonati - tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione - gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell'esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.

Dov'erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov'erano i “terroristi”? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c'era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d'auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all'entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. “Non mi piace questa storia” disse. “Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest'odore?”

Appena superato l'ingresso sud del campo, c'erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C'erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria.

In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall'entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell'agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all'orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato.

Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l'ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto.

Dall'altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta.

Un'altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall'orrore.

Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. “Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte.”

Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. “Sono ancora qui” disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l'unica prova - per quanto ne sapesse - di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo.

Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l'aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena.

Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n'erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c'era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo.

Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l'avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava “Dio santo”, tra una bestemmia e l'altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire. Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all'altro.

Probabilmente quando aveva sentito sparare nel campo era andata a nascondersi in casa. Doveva essere sfuggita all'attenzione dei miliziani fino a quella mattina. Poi era uscita in giardino, non aveva sentito nessuno sparo, aveva pensato che fosse tutto finito e aveva ripreso le sue attività quotidiane. Non poteva sapere quello che era successo. A un tratto qualcuno aveva aperto la porta, improvvisamente come avevamo fatto noi, e gli assassini erano entrati e l'avevano uccisa. Senza pensarci due volte. Poi se n'erano andati ed eravamo arrivati noi, forse soltanto un minuto o due dopo.

Rimanemmo in quel giardino ancora per un po'. Io e Jenkins eravamo spaventati. Come Tveit, che era momentaneamente scomparso, Jenkins era un sopravvissuto. Mi sentivo al sicuro con lui. I miliziani - gli assassini della ragazza - avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini, ma sospettavo che avrebbero esitato a uccidere Jenkins e l'americano avrebbe cercato di dissuaderli. “Andiamocene via di qui” disse, e ce ne andammo. Fece capolino in strada per primo, io lo seguii, chiudendo la porta molto piano perché non volevo disturbare la donna morta, addormentata, con la sua aureola di mollette da bucato.

Foley era tornato sulla strada vicino all'entrata del campo. Il cingolato era scomparso, anche se sentivo che si spostava sulla strada principale esterna, in direzione degli israeliani che ci stavano ancora osservando. Jenkins sentì Tveit urlare da dietro una catasta di cadaveri e lo persi di vista. Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri. Un attimo prima stavo parlando con Jenkins, un attimo dopo mi giravo e scoprivo che mi stavo rivolgendo a un ragazzo, riverso sul pilastro di una casa con le braccia penzoloni dietro la testa.

Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall'altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l'equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa.

Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l'odore era terrificante e ai miei piedi c'era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel'avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato.

Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall'altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L'intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi.

I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer - con il posto di guida vuoto - parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada.

Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita.

Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov'erano caduti, una scena patetica e terribile.

Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell'Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l'uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente. Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall'altra parte delle macerie: “Stanno tornando”. Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all'ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato - osservato attentamente - dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo.

Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest - forse erano falangisti, forse israeliani - ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte.

C'era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c'era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati.

Un diplomatico norvegese - un collega di Ane-Karina Arveson - aveva percorso quella strada qualche ora prima e aveva visto un bulldozer con una decina di corpi nella pala, braccia e gambe che penzolavano fuori dalla cassa. Chi aveva ricoperto quella fossa con tanta solerzia? Chi aveva guidato il bulldozer? Avevamo una sola certezza: gli israeliani lo sapevano, lo avevano visto accadere, i loro alleati - i falangisti o i miliziani di Haddad - erano stati mandati a Shatila a commettere quello sterminio di massa. Era il più grave atto di terrorismo - il più grande per dimensioni e durata, commesso da persone che potevano vedere e toccare gli innocenti che stavano uccidendo - della storia recente del Medio Oriente.

Incredibilmente, c'erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l'albero di cedro delle due milizie.

Sulla strada principale c'erano altri corpi. «Quello era il mio vicino, il signor Nuri» mi gridò una donna. “Aveva novant'anni.” E lì sul marciapiede, sopra un cumulo di rifiuti, era disteso un uomo molto anziano con una sottile barba grigia e un piccolo berretto di lana ancora in testa. Un altro vecchio giaceva davanti a una porta in pigiama, assassinato qualche ora prima mentre cercava di scappare. Trovammo anche alcuni cavalli morti, tre grossi stalloni bianchi che erano stati uccisi con una scarica di mitra davanti a una casupola, uno di questi aveva uno zoccolo appoggiato al muro, forse aveva cercato di saltare per mettersi in salvo mentre i miliziani gli sparavano.

C'erano stati scontri nel campo. La strada vicino alla moschea di Sabra era diventata sdrucciolevole per quanto era coperta di bossoli e nastri di munizioni, alcuni dei quali erano di fattura sovietica, come quelli usati dai palestinesi. I pochi uomini che possedevano ancora un'arma avevano cercato di difendere le loro famiglie. Nessuno avrebbe mai conosciuto la loro storia. Quando si erano accorti che stavano massacrando il loro popolo? Come avevano fatto a combattere con così poche armi? In mezzo alla strada, davanti alla moschea, c'era un kalashnikov giocattolo di legno in scala ridotta, con la canna spezzata in due.

Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c'era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi.


mercoledì 15 agosto 2012

SIRIA. CHI E' IL VERO COLPEVOLE?

Adesso è ufficiale! Dopo 17 mesi di guerra civile, l'Organizzazione delle Nazioni Unite ha concluso un'inchiesta in cui si afferma che sì: in Siria si stanno commettendo crimini contro l'umanità. FGV


domenica 12 agosto 2012

UN POPOLO SENZA DIGNITA'. IN CERCA DI RISCATTO?

Quando andremo a votare, il prossimo ottobre, volgiamo un pensiero a tutti i martiri della mafia. Ninni Cassarà, poliziotto ammazzato da Cosa Nostra il 6 agosto 1985, dinanzia agli occhi della moglie e della figlia, e davanti un'omertà più tagliente di una lama. Perchè la Sicilia non è la mafia..
Federico Tringali